La corte di cassazione ha riconosciuto che la violenza economica integra il delitto di maltrattamento ai sensi dell’art. 572 c.p.

La Corte richiama la Convenzione di Istanbul e la nozione di violenza domestica che include anche la dimensione economica; si tratta di un problema sociale serio e spesso sottovalutato, in grado di causare un trauma psicologico non indifferente, in quanto l’autore del reato è proprio la persona di cui la vittima dovrebbe potersi fidare.

Il caso specifico riguarda un marito condannato per aver imposto alla moglie, durante i molti anni di matrimonio, un regime di controllo basato su limitazioni lavorative, gestione autoritaria delle risorse e mortificazione costante della libertà decisionale. La difesa dell’imputato ha tentato di ricondurre tutto alla conflittualità familiare, banalizzando i litigi interni alla coppia e affermando che la moglie aveva autonomamente deciso di non lavorare per dedicarsi ai figli, contando sul mantenimento del marito.

La Suprema Corte, invece, ha valorizzato la dimensione economica della relazione, insistendo che l’impedimento all’attività lavorativa perpetrato dal marito era volto ad ostacolare l’acquisizione dell’indipendenza economica della moglie. Le condotte attuate comprendevano controlli negli spostamenti attraverso l’installazione di una telecamera sul perimetro esterno della loro abitazione, il divieto tassativo di coltivare rapporti con persone esterne alla famiglia e l’imposizione di un ruolo casalingo sulla base di una discriminatoria ripartizione di ruoli; il tutto al chiaro fine di non lasciare altra scelta alla donna se non quella di abbandonare le proprie ambizioni professionali.

Per quale motivo per cui la donna è rimasta, nonostante una situazione così insostenibile? La risposta è spesso semplice: perché non aveva le risorse necessarie per andarsene. Quando non si ha accesso al denaro e non si possiedono mezzi propri per il proprio sostentamento o per quello dei propri figli, la libertà decisionale diventa pura utopia.

Tuttavia, la legge riconosce molti strumenti legali atti alla difesa della figura femminile in situazioni di questo genere, quali ordini di protezione, misure cautelari o assegni di mantenimento. Non è indispensabile aspettare che la violenza diventi fisica, prima di potersi tutelare legalmente; anzi, spesso il primo passo verso la libertà è proprio quello di comprendere quali sono le opzioni a disposizione e quali strategie possono essere attuate senza esporre ulteriormente sé stesse o la propria famiglia ad una vita di soprusi, umiliazioni e privazioni.

La decisione della Corte di cassazione, dunque, ha confermato un orientamento che negli ultimi anni sta trovando sempre maggiore spazio: la tutela penale contro i maltrattamenti non riguarda esclusivamente la violenza fisica, ma anche tutte quelle condotte che, nel tempo, arrivano a incidere sulla libertà economica e sulla dignità della persona all’interno della relazione familiare.

Naturalmente, ogni situazione richiede un’analisi del contesto e delle modalità concrete delle condotte; proprio per questo motivo, nelle situazioni in cui il controllo economico diventa uno strumento di dominio all’interno della coppia, la ricostruzione della dinamica relazionale e la valutazione complessiva dei comportamenti assumono un ruolo decisivo ai fini della tutela giuridica della vittima.

Dott.ssa Beatrice Gioia – info@avvocatoannalisagasparre.it

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